Hellas Verona di Stefano Rasulo , 02/12/2025 14:55

TOP E FLOP | Falcone porta punti d'oro al Lecce con le sue parate. Arbitri italiani a picco

Falcone (Lecce)
Falcone (Lecce)

Il nuovo corso del Napoli di Conte è targato David Neres. Leao centravanti è la chiave del Milan, Lautaro torna ad essere quella dell’Inter. Spalletti rilancia Yldiz, ma oltre che in attacco deve trovare una quadra anche sui portieri (che prendono sempre gol). Un centrocampo che sta super performando e le parate di Falcone, il Lecce sogna la salvezza. La crisi di Fiorentina e Verona continua, ma le società dove sono? Il paperone di Corvi affossa il Parma, eppure al Bentegodi (come altri quest’anno) era stato perfetto. Arbitri, ennesimo disastro: e Collu inaugura l’era del: era rigore, ma… I nostri top e flop della settimana

 

TOP

 

NERES. Da oggetto misterioso a uomo della rinascita: mai decisivo nello scudetto dell’anno scorso, che alla fine lo fece vincere dalla panchina Raspadori, oscurato da Politano anche nelle prime undici della stagione. Poi i tre gol nelle ultime due, che hanno cambiato la storia. Velocità che fa la differenza, in campo aperto è un fattore spacca partite. In quest’ultima versione del Napoli di Conte è più importante di Mc Tominay. 

 

LEAO. E’ la fotografia di un Milan a cui basta poco per vincere: una giocata tutta di prima, un movimento da centravanti e il gioco è fatto. Lazio battuta, anche con la complicità di Collu nella farsa del rigore non dato nel finale, e Milan che resta attaccato al treno che conta con la sesta vittoria con un solo gol di scarto. Qualcuno ancora mugugna per il poco gioco ma per vincere non serve essere belli, basta essere pratici e concreti.  

 

LAUTARO. Nel campionato più assurdo di sempre per gli attaccanti, prende la vetta della classifica dei marcatori alla giornata 13 e con solo 6 gol. Però è un segnale: perché se la squadra che segna più di tutti (28, 8 più del Napoli, 9 più del Milan) recupera il suo attaccante più importante allora l’Inter torna la favorita per lo scudetto. 

 

YLDIZ. La 10 e l’investitura che gli ha dato Del Piero come suo erede sono cose non di adesso, ma già delle stagioni scorse. Non è nemmeno una novità che faccia gol bellissimi e nei numeri tra gli under è secondo solo a Yamal e Douè, gente di prima fascia. Adesso però gli è chiesto di diventare un trascinatore e di far pesare la qualità che ha. Lo spezzone col Bodo in Champions (dove non l’hanno mai preso) e la doppietta col Cagliari sono il segnale dell’inizio di un nuovo corso. 

 

FALCONE. Il centrocampo che sta performando oltre le più rosee attese (Coulibaly, Ramadani, Berisha) sono la novità del Lecce di un Di Francesco che alla terza possibilità stavolta alla salvezza vuole arrivarci. La certezza è invece in porta. Falcone è l’uomo della rocambolesca salvezza dello scorso anno all’Olimpico, che costò l’Europa alla Lazio. E quest’anno si sta ripetendo, come conferma il rigore parato al 90’ ad Asllani che è valso una vittoria pesantissima contro il Torino. 

 

FLOP

 

FIORENTINA. Sta attraversando uno dei momenti più delicati e complessi della sua storia. E’ una crisi che pare il risultato di una serie di fattori, che toccano scelte societarie, costruzione delle squadra, scelte tecniche, rendimento dei giocatori, prestazioni quasi mai all’altezza, e che conferma che talvolta ridurre tutto al cambio di allenatore non rappresenta la soluzione. Nell’immagine, forte, di Dzeko che a Bergamo dopo l’ennesima sconfitta parla ai tifosi con il megafono chiedendo a nome della squadra di restare uniti, c’è però un segnale altrettanto forte, di una mancanza della società, che specie nei momenti difficili viene sempre prima di tutto e deve indicare la direzione. 

VERONA. I punti sono gli stessi, la posizione in classifica anche. Ma ci sono delle differenze con la Fiorentina. A Verona non si è investito come a Firenze (e anche come tutte le altre dirette concorrenti per la salvezza). A Verona non si sono tenuti i migliori giocatori, si sono venduti per realizzare plusvalenze. A Verona non si è preso chi si voleva, ma chi si poteva prendere. E il Verona le tredici partite se l’è tutte giocate; a volte molto bene, a volte bene, a volte meno bene, sbagliando tanto, spesso troppo, pagando tanti episodi avversi. Ridurre tutto alla sfortuna o agli infortuni è sbagliato, ma è oggettivo che l’infortunio di Serdar, quello di Suslov, quelli di Harroui e Al Musrati hanno abbassato le potenzialità della squadra. E l’errore del singolo, in marcatura, in porta, sottoporta, in attacco, hanno fatto spesso la differenza nei risultati. Errori di una squadra come al solito trasformata dal mercato estivo, non per scelta, ma per necessità, a cui è stato chiesto di crescere in fretta. Cosa che non sempre riesce. Il cambio di allenatore è un opzione da valutare, ma al contempo serve chiarezza su come la società intenderà intervenire sul mercato a gennaio. Perchè tutto inizia e finisce li, dal vertice. Che a Verona, come a Firenze, è distante… anche dalla realtà. 

 

PORTIERI JUVE. Non c’è solo il problema attacco in casa bianconera. Di Gregorio o Perin il risultato non cambia: il gol arriva sempre: 9 volte su 13 in campionato, 5 su 5 in Champions. Uno score non da top team come quello personale di Di Gregorio che in 61 presenze con la Juve ha preso 64 reti, oltre una a partita. Un altro aspetto che Spalletti e il suo staff saranno chiamati a migliorare. 

 

CORVI. Ennesimo caso di portiere fenomeno (contro il Verona) che torna sulla terra nelle partite successive. E’ già capitato quest’anno a Caprile, Muric e adesso a Corvi, tanto bravo e con personalità nel debutto in serie A al Bentegodi (causa infortunio di Suzuki) e tanto dannoso contro l’Udinese.                                                                     

 

FABBRI-COLLU. Pensavamo di averle viste tutte e invece no. Detto che Fabbri è un arbitro che rafforza molto il pensiero di chi sostiene che i migliori fischietti non sono più quelli italiani, il capolavoro (non solo della settimana) lo ha fatto Collu, che ha diretto Milan-Lazio. E che in pieno recupero, dopo minuti e minuti di Var, è riuscito a spiegare, con un tono alquanto discutibile, che il fallo di mano di Pavlovic (evidente ai più) era rigore… ma c’era qualcosa prima e quindi non era rigore. Continuiamo così, facciamoci del male.