VIGHINI | Verona, tanti complimenti e pochi punti: che paradosso rispetto alla scorsa stagione

Un anno fa il Verona era pieno zeppo di problemi. Ma dopo la quinta giornata aveva sei punti ed era decimo in classifica. Aveva perso, è vero, con il Torino in casa per 3-2, una partita condizionata dall'espulsione di Dawidowicz.
Era un Verona in cui funzionava poco. Poco equilibrato, poco lucido, poco reattivo. Zanetti cercava il bandolo della matassa senza trovarlo. Lo spogliatoio era come una “Escape Room” quelle stanze buie dei centri commerciali in cui il divertimento è uscirne risolvendo degli assurdi enigmi. Eppure, quel Verona, in una maniera o nell'altra i punti li faceva. Ed era, se ricorderete, l'argomento a cui ci appigliavamo per non affondare. E' vero, non si gioca bene, ma chissenefrega. Bastava arrivare alla salvezza. E la salvezza arrivò. Il Verona della scorsa stagione, va aggiunto, fu in zona retrocessione solo per una giornata. Parliamo ancora oggi di un miracolo.
Un anno dopo stiamo affrontando una situazione completamente ribaltata. Oggi siamo al cospetto di una stanza bella, pulita e luminosa. Non c'è traccia di scorie, lo spogliatoio è pulito e senza rancori. Ci sono giocatori molto interessanti che hanno attirato l'attenzione di molti addetti ai lavori, il lavoro estivo di Sogliano non è mai stato così tanto sotto i riflettori. Il Verona gioca bene, a tratti anche benissimo, ha preso a pallate Cremonese, Juventus e in parte la Roma. Ha creato un miliardo di occasioni, probabilmente il doppio o il triplo di tutto lo scorso campionato. Eppure la classifica dice che l'Hellas oggi ha solo tre punti, un punto in più della zona retrocessione.
Il paradosso è proprio questo: un anno fa ci tenevamo agganciati ai punti per arrivare alla salvezza e anzi disprezzavamo chi giocava bene e non raccoglieva, oggi stiamo facendo esattamente il contrario: giocando così bene, diciamo, è impossibile non salvarsi. Quali di queste due condizioni è la migliore? Pragmatismo, sporchi, brutti e cattivi, basta fare il risultato, oppure è meglio costruire una solida base di gioco perché poi alla fine sarai premiato anche dai risultati?
Vi dirò qual è la mia esperienza: solitamente salvarsi senza gioco corrisponde sempre ad un miracolo. Ecco perché ne abbiamo costruiti tre in fila negli ultimi anni. Mentre le squadre che giocano bene e mettono solide basi da questo punto di vista, sono sempre destinate a crescere e ad un certo punto ad esplodere. Anche se apparentemente il calcio sembra non avere logica, alla fine la logica esce. Bisogna avere però la forza di tenere duro, di non scalfire né l'entusiasmo né l'autostima. Successe al Verona di Prandelli, il primo che mi viene in mente, ad esempio. Ma anche a quello di Ficcadenti che balbettò nelle prime giornate e poi sfiorò la serie A. Il gioco, l'identità, il lavoro del campo portano sempre, questa è la mia idea, a risultati certi.
Dobbiamo perciò essere molto ottimisti per quello che stiamo vedendo, ma dobbiamo al contempo evitare di cadere in una trappola: pensare cioè che tutto questo sia semplice e possa arrivare senza sputare sangue e senza sacrifici. Questo è l'unico punto di congiunzione con le annate passate. La presunzione di essere forti e bravi non deve mai sostituire l'umiltà, la fame e la rabbia di una squadra che si deve salvare.

