Hellas Verona di Gianluca Vighini , 06/04/2023 12:52

Il Verona non è un'azienda (normale). Ma lo sta diventando e sta perdendo l'amore dei tifosi

Il Presidente Maurizio Setti
Il Presidente Maurizio Setti

A volte in questo mondo partono dei postulati che diventano verità non opinabili. Una di questi recita “il calcio è un’azienda”. Lo hanno ripetuto all’infinito, anche a noi che arriviamo dagli anni ottanta, finchè l’hanno fatta diventare una verità. Ora sono i tifosi per primi a dire che il calcio è un’azienda, che il bilancio viene prima di tutto. E si disquisisce non più sull’arrivo di un giocatore che dovrebbe farci “sognare”, ma su come e a quanto è stata venduta la “plusvalenza” di turno.

Una follia, visto che il calcio dovrebbe essere, o almeno così è sempre stato, una fucina di emozioni, qualcosa che va oltre il mero prodotto. Ma facciamo che sia vero il postulato. Dunque se il calcio è un’azienda, il “prodotto” dovrebbe essere il risultato sportivo. Più è “buono” più si vende e più vale. Ma significa anche che quando il risultato-prodotto fa schifo come sta accadendo quest’anno a Verona, il “consumatore-tifoso” è nel pieno diritto di non acquistare più quel prodotto, abbandonandolo a favore di altre marche. 

Cosa che per fortuna non sta ancora accadendo, non almeno nella maniera che il postulato meriterebbe. Il tifoso resta un incrollabile consumatore, resta fedele alla propria squadra, al massimo si sfoga con il proprietario, ma men che meno si sogna di abbandonarla. Significa che il Verona, nello specifico, NON è un’azienda normale perché ha a che fare con una clientela che al di là di tutti i meriti o i demeriti di chi la guida resta fedele alla propria emozione. 

Il postulato “il calcio è un’azienda” inizia quando i proprietari del calcio smettono di fare “mecenatismo” e dal calcio vogliono trarre profitti. A parte che anche sul “mecenatismo” degli anni 80 ci sarebbe da ridire. Non credo che nessun ricco abbia voglia di buttare dei denari e quando lo fa ha sempre un tornaconto. Vuoi di popolarità personale, vuoi di popolarità delle sue aziende, vuoi a fine politico, vuoi più semplicemente per sfizio personale: invece di attaccarmi un Degas in casa o di comprare Palazzo Maffei e imbottirlo di opere artistiche, mi compro una squadra di calcio.

Ma questo periodo è finito e appunto, per vari motivi, compreso il fatto che sempre più spesso il calcio è gestito da una banda “mafiosa”, quel tipo di mecenatismo non c’è più. Così è arrivata prima l’epoca dei “Pastorello”, professionisti del calcio che sovvenzionati da un gruppo industriale, sono diventati dei proprietari e poi dei Setti. Setti ha acquistato il Verona attratto dal calcio sempre e solo come business. Il suo cuore e le sue emozioni pulsano sempre e solo in quella direzione. Oggi lo dipingono affranto non perché vuole bene al Verona ma perchè il suo business rischia di andare male, anzi malissimo. Meglio ancora: vuole bene al Verona perché vuole bene al suo portafoglio. E quindi oggi è un uomo distrutto. 

C’è un pericolo enorme dietro questo trend. E i più sensibili tra noi l’hanno già avvertito. E’ sullo sfondo, ma esiste. Si chiama disaffezione. Nel momento in cui il Verona non è più un rito collettivo, un’emozione popolare, ma un’azienda “normale” e un affare di Setti, a me che me ne frega se va in B? Ci rimetterà il presidente proprietario, non certo io. Aver sprecato l’enorme occasione data dalla storia e su cui potremo disquisire in eterno se si è trattato di fortuna o bravura, di aver alzato il livello della società in questi ultimi anni, oggi ad un passo dalla retrocessione, Setti, sempre freddo e glaciale, sempre un po’ fuori posto quando è davanti al passato dell’Hellas Verona, si sta ritrovando tra le mani una società che rischia di perdere il suo bene più prezioso: l’amore dei tifosi. Il core business del calcio. Roba da meditarci su un bel po’. Anche in caso di miracolo e di permanenza in A, il Verona deve ritrovare il suo spirito antico e il suo futuro.